CULTURA E SVILUPPO URBANO Intervista a José Forjaz a cura di Enrico Valeriani José
Forjaz, architetto, è diventato, dopo l’indipendenza della Repubblica
Popolare del Mozambico, Segretario di Stato per la Pianificazione Fisica ed
è quindi responsabile dei programmi e dei progetti di urbanizzazione
e di organizzazione del territorio per l’intero paese. Come architetto
è l’autoredi alcune delle principali opere pubbliche costruite
dopo l’indipendenza, le cui immagini illustrano questo articolo. Tutto
ciò mentre è venuto meno l’intero apparato produltivo e
tecnologico dell’edilizia, sia a livello di mano d’opera che di
materiali di costruzione, sia quelli «moderni» come il cemento,
il ferro e gli stessi mattoni, che quelli tradizionali, la canna in primo luogo,
ormai introvabile nel raggio di molti chilometri intorno alla capitale. Nel 1975 il tuo paese ha raggiunto l’independenza dopo secoli di dominazione coloniale portoghese. In questo periodo si è formata una cultura urbana di origine europea, il cui principale prodotto è la «città di cemento»: questo è particolarmente vero a Maputo, la capitale. Cosa significa questo nella situazione attuale? Interrottasi
la tradizione coloniale, dobbiamo considerare la situazione cosi com è,
con le sue caratteristiche di emergenza. Nel paese oggi esiste una base di lavaratori
dell’edilizia non specializzati o poveramente specializzati, che erano
stati diretti nel loro lavoro da ingegneri e capicantieri portoghesi. Questo deriva anche dal fatto che l’edilizia moderna non si è mai riferita, durante il periodo coloniale, ad una tradizione mozambicana preesistente: ed ora sono anche sparite le motivazioni storiche e le basi culturali di quella edilizia coloniale di importazione. Rimane, comunque come modello atemporale la città costruita dalla cultura coloniale, che rappresenta una sorta di sintesi linguistica, che riproduce e ripropone in un contesto del tutto insolito, forma e modeli che la cultura portoghese aveva tratto a sua volta da paesi e situazioni europei. La
città di cemento può essere un magnifico cadavere, una lussuosa
automobile che richiede però una manutenzione che oggi il paese non può
permettersi, per ragioni economiche, ma soprattutto per ragioni storiche e culturali.
La gente non usa il patrimonio urbano costruito dai portoghesi, ne ha imparato
le forme non le ragioni. Questo può essere un pericolo, o per essere
pragmatici, è una delle componenti del processo di trasmissione della
cultura. La qualità dello spazio e della tecnologia occidentale ha un
senso relativo per gente che non aveva una idea consapevole delle forme che
utilizzava: ora non abbiamo una affinità culturale con il Portogallo
o, se lo abbiamo, non possiamo identificarei in essa. Quale potrebbe essere allora la linca di svillupo e la strategia generale della città nel futuro del Mozambico? La
natura delle nostre città è tale che nel prossimo futuro ci sarà
un enorme squilibrio nell’intervento. Le capacità terziarie non
sono infatti parallele alla crescita della città. Sono città che
debbono risolvere le relazioni con il territorio vicino in termini di organizzazione
agricola. Questo nuovo rapporto definirà una città nuova. Non
à la città europea, non ha modelli. Le città del Mozambico
sono città che dovranno avere una definizione di spazi che, ad esempio,
non potrà essere la stessa di quella prodotta dai portoghesi. Abbiamo
cominciato a capire i problemi di fondo e disponiamo di pochissimi mezzi. Ma
non abbiamo paura di trovarci alla fine con una città diversa. Abbiamo
fatto sforzi di natura sociale molto duri perché al limite ci sono situazione
sociali che non hanno soluzioni fisiche ed economiche e che si debbono cambiare.
La distribuizione programmata della popolazione sul territorio è in questo
senso una delle maggiori difficoltà della nostra strategia politica. D’altro canto si svilupperà una grandissima capacità di costruzione spontanea: e così, attraverso esperienze ed errori, lo sforzo dell’insegnamento tecnico produrrà gente che comincerà ad avere una vera tradizione mozambicana della costruzione in «duro». Alla luce di queste considerazioni, quali sono i requisiti di un architetto che si troverà a lavorare in questa situazione? La
funzione dell’architetto mozambicano sarà allora quella di giudicare
e stabilire nuove immagini con un background più ampio di quello portoghese,
trovando nella cultura mondiale la ragion d’essere degli spazi est-africani,
cercandoli nell’Islam, nell’India, in Cina, in una visione che includa
elementi climatici, tecnologici i di cultura locale, secondo un processo che
finora non è mai stato seguito. Anche oggi, anche nelle case in muratura la gente vive all’esterno, insieme, perché è più piacevole, a meno che si lavori con l’aria condizionata. I portoghesi non hanno questa abitudine, vivono all’interno. Questa allora è una delle caratteristiche più importante per la definizioni di uno spazio architettonico coerente con il modo di vivere mozambicano , anche se porterà inevitabilmente a forme di urbanizzione differenti. In che modo si può conciliare questo discorso con il carattere di rappresentatività che una città finisce per avere, ad esempio nella definizione di un rapporto preciso tra monumento e tessuto urbano? Quando
parliamo di architettura facciamo riferimento a fatti isolati, a edifici rapresentativi.
Per me non è questo che conta: è la qualità delle piccole
città del Mozambico o del Nord dell’Europa, dove esiste una omogeneità
degli edifici anomini, che fa sì che tutto l’ambiente urbano sia
denso dal punto di vista della coerenza culturale. È una indicazione per ritrovare dei modi di intervento come dicevanto printa? Troveremo modi e basi di intervento quando la massa del costruito sarà omogenea e con comuni riferimenti a certi fenomeni, a certi oggetti costruiti dagli architetti del nuovo Mozambico che servano da modelli. Da qui nasce la nostra grande responsabilità e da qui il grande dibattito tra la nostra architettura nuova e quella preesistente, lasciata dai portoghesi. La
nostra responsabilità è quindi a due livelli: in primo luogo a
livello di insegnamento, di formazione di architetti mozambicani che siano in
grado di capire la dimensione del problema e sappiano avere il coraggio dell’inevitable
innovazione. D’altro lato dobbiamo produrre una architettura che sia un
prodotto culturale non di una sola nazione o di una sola tradizione, in quanto
non esiste una unicità nella tradizione abitativa mozambicana, né
esiste una antropologia di un modo di vivere mozambicana, bensì di una
mistura di elementi e di situazioni diverse che possa creare spazi finalmente
definibili come mozambicani. JOSÉ FORJAZ © JOSÉ FORJAZ ARQUITECTOS 2004 |
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